Cattolico di rito orientale

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Quando il vostro superiore vi propone di andare in missione in una comunità di rito orientale, vi chiede anche la disponibilità ad apprendere una nuova lingua e soprattutto un nuovo rito.

      Quando voi arrivate nella vostra nuova comunità, i fratelli vi dicono che per apprendere il rito e la lingua nella quale si celebra, vi ci vogliono almeno due anni.

   Finalmente, al termine dei due anni, quando cominciate a cavarvela con la lingua e a celebrare la “divina liturgia” dei nostri fratelli orientali, vi accorgete che essere assunzionista di rito orientale, non è semplicemente una questione di rito, ma che è una scelta ben più profonda ed impegnativa.

   Essere cattolico di rito orientale, significa diventare “cattolico-ortodosso”. Cattolico e ortodosso, due termini che si oppongono. Secondo il principio di non contraddizione di Aristotele:

”è impossibile che uno stesso attributo appartenenza o non appartenga, nello stesso tempo e sotto lo stesso rapporto a una stessa cosa” (Aristotele, Metafisica)
   Questa logica è del tutto occidentale.
Per costruire la figura geometrica del cerchio, ci vuole un centro ed un certo numero di punti equidistanti dal centro; ma se si vuole costruire un’ellisse, allora ci vogliono due centri in tensione tra loro, detti fuochi.

   La logica “unifocale” è una logica esclusiva, o l’uno o l’altro, oppure l’uno davanti all’altro, la logica “bifocale” è inclusiva, perchè prende in considerazione l’uno con l’altro.

   L’Oriente ci insegna a leggere la realtà in modo simbolico, cioè, a partire da due centri: Dio e l’uomo strettamente uniti nello stesso destino. Se si esclude l’uno si esclude nelle stesso tempo anche l’altro. Simbolico deriva da συν- βαλλο (unire insieme).
Dalla logica che noi utilizziamo dipende anche il nostro modo di comprendere Dio, il mondo e noi stessi.

   Questa comprensione in Oriente si fonda sulla divino-umanità di Cristo, sulla deificazione dell’uomo, sulla partecipazione dell’uomo alla comunione trinitaria. Dio e l’uomo sono due realtà unite.
Un esempio ci può aiutare a comprendere la differenza di sensibilità tra le due Tradizioni.
Per la Tradizione occidentale, la felicità dell’uomo è, secondo l’espressione di Sant Tommaso, la “visio beatifica” (la visione beatifica). L’uomo troverà la sua pienezza quando incontrerà Dio e potrà posare il suo sguardo nello sguardo stesso di Dio. Sarà come l’incontro tra due innamorati che non potranno distaccafre lo sguardo l’uno dall’altro.

La Tradizione Orientale, come ha ben spiegato San Gregorio Palamas attraverso lo sviluppo della teologia delle energie divine, diventerà in modo analogico (cioè in parte) come Dio.

   L’uomo che entra in contatto con la divinità, non puà restare come prima, è cambiato da questo incontro, è trasfigurato, è divinizzato.

   Essere cattolico di rito Orientale, è una scelta ben più complessa che il semplice apprendimento di un rito, è un cambiamento radicale perché significa accettare di farsi ortodosso con i nostri fratelli ortodossi.

Se non si ha questo coraggio, il contributo al dialogo ecumenico delle comunità uniate, si riduce a ben poca cosa. L’unità e la comunione si vivono, fanno parte dell’esperienza concreta.
 

“Quel che era dal principio, quel che abbiamo udito, quel che abbiamo visto con i nostri occhi, quel che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato della parola della vita 2 la vita è stata manifestata e noi l'abbiamo vista e ne rendiamo testimonianza,” (1Gv.1,1-2)

 

“L’uniatismo, certo ha costituito un’esperienza traumatica,una ferita nel corpo dell’Ortodossia, sull’esempio del traumatismo del 1204.

Tuttavia, sembra che Dio abbia utilizzato questo mezzo per condurre l’Occidente al contatto vivo con l’Ortodossia e alla scoperta dei suoi tesori...L’uniatismo stesso ha provocato una vera trasfusione di sangue orientale nella Chiesa d’Occidente...L’esistenza delle Chiesa uniate, gli sforzi per consolidarle ed estenderle hanno spesso costituito uno stimolo per lo studio dei Padri Greci”

(Olivier Clément, « La vérité vous rendra libre. Entretiens avec le Patriarche œcuménique Bartholomé Ier» pp.244-247)

 

   E’ urgente oggi riprendere una riflessione sul ruolo delle comunità di rito Orientale all’interno della Missione d’Oriente e dell’intera Congregazione. E’ evidente che questo ruolo non è sempre compreso e lo si riduce ad una realtà particolare.

   Al contrario, sarebbe augurabile che tutta la famiglia assunzionista possa farsi cari della preoccupazione di respirare con i due polmoni del cristianesimo e non solamente un piccolo numero di fratelli e sorelle spesso sconosciuti.
Da diversi anni, l’ecumenismo è considerato prioritario all’Assunzione.

   Tuttavia nessun formatore ha mai pensato di intrattenere dei rapporti stabili di collaborazione con i fratelli e le sorelle che vivono l’ecumenismo sul terreno. Si considera ancora questa importante attività apostolica come qualcosa di intellettuale.

   Occorre dirlo ad alta voce, l’ecumenismo è un’esperienza spirituale che si può solamente testimoniare. Nlla Tradizione Orientale, la conoscenza non è mai solamente un lavoro intellettuale. Il punto di partenza della conoscenza è il cuore, illuminato dalla preghiera.

   Senza l’illuminazione del cuore, l’intelletto è cieco e le parole sono vuote.
   La qualità dell’impegno ecumenico all’Assunzione, può essere misurato a partire dall’attenzione, la simpatia e l’interesse che si manifesta alle comunità assunzioniste di rito orientale. Queste comunità sono la porta privilegiata per entrare nel mondo della Tradizione Orientale, un mondo molto amato a parole, ma col quale si ha ancora difficoltà ad entrare in contatto, per vivere una vera e profonda condivisione fraterna.
 

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